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"Roberto Formigoni e Domenico Zambetti"

Roberto Formigoni e Domenico Zambetti (ilGiorno.it)

L’arresto dell’assessore lombardo Domenico Zambetti, accusato di voto di scambio e concorso esterno in associazione mafiosa, ha forse finalmente aperto gli occhi a quanti finora non li volevano apire.

Su tutti Formigoni, che volente o nolente deve fare i conti col fatto di avere nominato lui Zambetti, esponente del suo partito. Dichiarare che nel 2010 aveva sentito delle voci riguardo a certi preoccupanti rapporti di Zambetti con elementi oscuri non lo scagiona ma ne aggrava la responsabilità politica. L’azzeramento della giunta e lo strenuo e a tratti commovente rifiuto di rinunciare alla leadership regionale lombarda connotano con un tono farsesco una situazione politica (e personale) ormai indifendibile. Anche la Lega Nord, ora totalmente in mano al ‘barbaro sognante’ Maroni dopo la detronizzazione di Bossi, non potrà più parlare di fenomeni isolati e imprevedibili ma accettare- e magari contrastare- un dato di fatto: la ‘ndrangheta è entrata nei palazzi del potere lombardo per la porta principale ed introdotta da ospiti politici di rilievo attraverso un’abile operazione di baratto e non con la minaccia di violenze o stragi.

Eppure fino a poco tempo fa la presenza di significative infiltrazioni mafiose in quel della Lombardia era da molti bollata come allarmismo strumentale e tendenzioso. Solo due anni fa queste parole risuonarono con grande clamore: «Come Ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega». Così dichiarava all’ANSA l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni.

E’ il 15 Novembre 2010 quando, su Rai Tre, va in onda la seconda puntata della trasmissione di Fazio e Saviano “Vieni via con me”. Il cuore della serata è un monologo dello scrittore-giornalista campano. Passati in rassegna simboli e strutture dell’associazionismo mafioso (con particolare interesse per il rito di affiliazione) Saviano descrive l’ormai radicata presenza ‘ndranghetista nel tessuto socio-economico del Nord-Italia, Milano e Lombardia in testa. Aggiungendo poi quello che a suo giudizio è l’inevitabile salto di qualità dimostrato dalle ‘ndrine in Lombardia: la ricerca del referente politico. Le non troppo velate accuse sono dirette contro la Lega Nord, che avrebbe tra le proprie fila un consigliere regionale lombardo intercettato in una discussione su un presunto scambio di favori con un esponenente della ‘ndrangheta.

Qui sotto un estratto che contiene le parti più salienti della performance dell’autore di Gomorra:

Saviano sulla mafia al Nord

Saviano non è certamente il primo a parlare al grande pubblico di ‘ndrangheta al Nord. Le denunce dell’attore, scrittore e consigliere regionale lombardo Giulio Cavalli  in merito alle inflitrazioni in terra lombarda l’hanno costretto a vivere sotto scorta per le numerose minacce ricevute dai clan; le numerose iniziative dell’associazione Libera di Don Ciotti o di Ammazzateci Tutti e le tante, piccole e coraggiose inchieste a livello locale hanno spesso lanciato il grido d’allarme riguardo ad una realtà che molti non hanno la forza o la volontà di guardare in faccia. Una realtà che, si crede erroneamente, è costellata soltanto da sporadici episodici di barbarie e violenza, come il macabro omicidio di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia sciolta nell’acido nel Novembre 2009 da cinque uomini legati al clan Cosco.

Il fulcro economico e finanziario italiano, Milano, è da tempo obiettivo privilegiato degli interessi ‘ndranghetisti. Saviano stesso cita l’inchiesta “Milano, le mani sulla città” condotta dai giornalisti de l’Espresso Paolo Biondani e Mario Portanova, uscita sul periodico il 29 Ottobre 2010. Qualsiasi milanese- specialmente chi crede in una sedicente superiorità morale del capoluogo lombardo- dovrebbe leggere con attenzione l’analisi di Biondani e Portanova e, magari, paragonarla con alcune delle vicende narrate proprio da Saviano in Gomorra. L’immagine di una mafia dedita a strozzinaggio, traffico di droga, sfruttamento della prostituzione e gioco d’azzardo è un anacronismo ed una semplificazione totalmente distorsiva. Questa vulgata autoconsolatoria rischia di creare una pericolosa sottovalutazione del fenomeno mafioso a nord del Po. L’intoccabilità e la purezza di una non meglio precisata ‘integrità padana’, immune a meccanismi e prassi criminali di stampo ‘meridionale’, è uno dei più stucchevoli luoghi comuni radicati nella Weltanschauung di una certa parte della popolazione lombarda. I ‘lumbard‘ visti come onesti lavoratori e cittadini esemplari e i ‘terun‘ come entità parassitarie e spesso potenzialmente ‘criminali’. Con la sua consueta retorica, fatta di pause enfatiche e pose teatraleggianti, Saviano punta il dito contro parte del ceto imprenditoriale e della classe politica della Lombardia, apertamente accusati di collusione e connivenza con esponenti delle cosche calabresi.

Il tentativo di leggere il monologo di Saviano in chiave anti-leghista e di riflesso anti-governativa fu immediatamente cavalcato dalle forze politiche della maggioranza parlamentare di quel periodo (PdL e Lega). Levate di scudi e richieste di punizioni esemplari da parte dei vertici Rai si levarono da più parti: deputati, senatori e consiglieri leghisti e pidiellini nei giorni seguenti lamentarono l’assenza di contraddittorio nella trasmissione di Fazio e Saviano. Ignorando che “Vieni via con me” non fosse un talk-show politico ma un programma in senso lato ‘culturale’ e dunque non soggetto a quella prassi tanto assurda quanto ridicola della par condicio a livello mass-mediatico. Il Giornale addirittura lanciò una campagna di raccolta firme contro Saviano, in una memorabile prima pagina del 18 Novembre 2010 (qui La prima pagina de Il Giornale).

La polemica scemò gradualmente, per poi conoscere una nuova fiammata nel Marzo 2011: questa volta i protagonisti sono Vendola e Formigoni, governatori di Puglia e Lombardia. Durante un comizio per la campagna elettorale di Pisapia, in corsa per Palazzo Marino, il leader di Sel parla della Lombardia come della «regione più mafiosa d’Italia». Immediata è la reazione sdegnata e sprezzante dei vertici politici milanesi e lombardi: alla replica dura ma educata del sindaco Letizia Moratti, che invita Vendola ad occuparsi della sua regione, colpisce per toni e colore l’uscita del presidente Formigoni, che definisce le parole di Vendola: «miserabili, forse dette sotto l’effetto di sostanze stupefacenti».

Questa, in breve, la storia del negazionismo in terra lumbard del fenomeno mafioso. Ora che il velo è stato finalmente squarciato, all’iniziale stato di sgomento e indignazione deve subentrare la presa di coscienza di dover fronteggiare un nemico tanto potente quanto difficilmente individuabile. In un articolo (il cui titolo ha ispirato quello di questo post) uscito su Repubblica di Sabato 13 Ottobre 2012 Umberto Eco si impegna in una grande retrospettiva sull’evoluzione sociale e morale di Milano a partire dagli anni ’50. Con evidenti toni nostalgici Eco manifesta tutta la sua angosciata preoccupazione per la degenerazione ‘morale’ del capoluogo lombardo. La frase conclusiva, che Eco attribuisce alla saggezza popolare tramandatagli dal padre, è un inno al buon senso ed alla pragmaticità volti a contrastare, nel piccolo delle abituali occupazioni quotidiane, il diffondersi del morbo mafioso: «se qualcuno vuole darmi qualcosa che non mi pare aver meritato, tanto per cominciare io chiamo i carabinieri».

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