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Istanti della conferenza stampa di Berluconi (ansa.it)

Istanti della conferenza stampa di Berlusconi (ansa.it)

Il silenzio è d’oro. Ma una sentenza cambia tutto. Nemmeno il tempo di abituarsi all’idea altamente improbabile di un Silvio Berlusconi ‘padre nobile’ di un partito sulla via dell’implosione, che ecco il passo e mezzo in avanti dopo il mezzo passo indietro.

Preannuciata in un intervento al TG5, in cui Berlusconi si è detto “obbligato” a rientrare in gioco per “riformare il pianeta giustizia”, la ri-discesa in campo è stata celebrata in una conferenza stampa Sabato 27 Ottobre. Il Berlusconi oratore, raggiunto verso la fine dal fido Avvocato e deputato Ghedini, è un uomo in affanno. Fisico e mentale. Il fiatone e l’andamento malcerto della respirazione fanno da contralatare ai non rari errori di lessico e di sintassi, sintomo di una scarsa lucidità dell’ex Presidente del Consiglio e del suo apparato legal-ideologico-organizzativo. Ribadita la rinuncia alla candidatura alla Presidenza del Consiglio- per mere ragioni sondaggistiche, spacciate per alto senso istituzionale- Berlusconi si lancia nel suo attacco alla cieca contro praticamente tutto l’ecosistema politico-istituzionale italiano e continentale.

Non risparmia niente e nessuno, ce n’è per tutti. La Merkel (definita quando lui era ancora l’inquilino di Palazzo Chigi “Culona inchiavabile”) e la Germania sono i principali bersagli degli strali del Berlusconi politilogo internazionale. Che affida a imperitura memoria la disamina sul perché la sua credibilità internazionale sia caduta nel ridicolo: causa non sono ovviamente le sue azioni private e le sue inazioni politiche, ma la risatina congiunta di Merkel e Sarkozy. Monti e la politica economica del governo ‘tecnico’ (che soltanto due giorni prima, nel discorso d’addio di Giovedì 25, erano stati lodati per il loro zelante impegno e soprattutto di non averlo mai apertamente osteggiato, fattore di giudizio per Berlusconi fondamentale) sono poi i bersagli del Berlusconi economista. Che in un sussulto di improbabile e quasi ridicolo keynesianesimo identifica nella recessione causata dall’austerità governativa la radice di ogni male, cercando di cavalcare maldestramente l’anti-montismo in crescita nel paese proponendo abolizioni di IMU, riforme di Equitalia e abrogazioni della norma sulla tracciabilità dei pagamenti in contanti superiori ai 1000€.

Il nocciolo della questione, ancora una volta, è però la giustizia. La sentenza di condanna in primo grado per frode fiscale riguardo ai diritti TV Mediaset ha toccato il nervo scoperto del Cavaliere: i processi e le indagini a suo carico. L’inferma democrazia italiana avrebbe come radice d’ogni male la non imparzialità del potere giudiziario. Una democrazia che secondo Berlusconi è dunque una “magistratocrazia”, dittatura di pubblici ministeri e giudici. Perché è questo il punto nodale dell’intera questione: dietro alla facciata dell’impegno politico, dell’amor patrio e del senso istituzionale alberga l’unico vero, grande interesse di Silvio Berlusconi. I suoi affari e, di riflesso, il suo ego. Lo stesso motivo che lo spinse a scendere in campo nel 1994: invece di portare i libri contabili delle sue aziende in tribunale e di finire nel gorgo giudiziario di tangenti e corruzione che affossò la prima Repubblica, egli si riciclò con successo padre fondatore della seconda Repubblica. Alimentando le speranze di rivoluzione liberale che molti, spaventati da un totalmente irrealizzabile trionfo elettorale comunista, in lui scorsero.

Ora che la seconda Repubblica è in fase terminale, il Caimano cerca ancora una volta il colpo di coda per restare in sella. Non accettando e soprattutto non comprendendo l’inesorabile trapasso del suo tempo personale, politico ed economico e cercando invano di convincere ancora una volta le masse che la vera realtà è quella che lui vede meglio e prima degli altri.

Viene alla mente Mazzarò, il bracciante divenuto grande proprietario terriero ne “La roba” di Verga: “Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!”

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