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Matteo Renzi ieri al Teatro Dal Verme (agi.it)

Matteo Renzi ieri al Teatro Dal Verme (agi.it)

Il giovin Matteo alla conquista di Milano.

Chiunque Lunedì sera abbia assistito dal vivo alla performance di Renzi al Dal Verme non può negare l’assoluta capacità del sindaco di Firenze di essere animale da palco.

Resta ancora da capire quanto l’enfant rottamatrige del centrosinistra italiano sia un ‘animale politico’, per dirla col nostro Aristotele.
L’ora e quaranta di discorso filato del Savonarola piddino sono stati dal punto di vista scenico e scenografico impeccabili. La regia Gori si è potuta apprezzare in ogni dettaglio, dalle musiche giovanili che accompagnano l’attesa e l’ingresso di Renzi (Foo Fighters, Fatboy Slim, Jovanotti, Fun), alle infografiche proiettate sul maxischermo alle spalle di Renzi e all’abbigliamento stesso dell’homo novus della politica italiana. Il consueto stile minimal renziano è stato rimodellato in chiave obamiana: camicia bianca, maniche tirate su (mise da battaglia tipica anche del rivale Bersani) e gesticolazione accentuata. Analisi serie e impegnate inframezzate da battute e lazzi di spirito in cui l’anima toscanaccia di Renzi è emersa in tutta la sua genuina immediatezza. Un vero mattatore.

A volere però scendere più in profondità, squarciando il velo patinato della copia in scala ridotta della convention americana, il saldo politico del discorso renziano è ancora troppo fumoso per poter esprimere giudizi ‘definitivi’. Accogliendo le cautele di quanti affermano che “non può ancora esporsi troppo, sono solo le primarie” e che “vuole intercettare i delusi del centrodestra”, il Renzi osservato a Milano è un gran Paracool. Il Paracool è una figura di difficile comprensione, tanto appariscente quanto sfuggente: semplice ma che vuole essere cool, che non è vecchio ma nemmeno giovanissimo, che è bonario ma a tratti graffiante, che abbraccia Pisapia ma esalta l’Expo 2015, che si dichiara cattolico ma cantore della laicità, di sinistra ma strenuo liberista, vicino ai piccoli imprenditori ma amico della haute finance, ammiratore di Berlinguer ma anche di Moro, che dice sì alla riforma Fornero delle pensioni ma no a quella del lavoro, che demonizza la politica attuale ma cerca di salvare il minimo sindacale del suo partito, che cita Don Milani e Giorgio Ambrosoli e poi proietta Cetto La Qualunque. Il Paracool cerca di intercettare ogni categoria: donne, insegnanti, mondo del volontariato (agognando l’istituzione di “un servizio civile obbligatorio europeo”), studenti universitari. Mischiando nel calderone dei papabili elettori praticamente ogni categoria lavorativa o sociale italiana (dimenticando però in modo preoccupante lavoratori precari e operai, notoriamente categorie di riferimento di chi vuole essere definito di sinistra).

Su un punto però il Paracool è difficile contraddirlo: quando dice di voler “rottamare” l’attuale classe dirigente PD e di volerlo fare non per mere ragioni anagrafiche ma per il sostanziale fallimento della seconda repubblica, e nello specifico della sinistra italiana, Matteo Renzi ha gioco facilissimo nel passare per il nuovo e il puro che avanza. Se vincerà le primarie, dopo un tour elettorale snervante di quasi 100 giorni, potrà finalmente farci capire più nel concreto e nel dettaglio come intende risollevare un paese che, di fatto, è commissariato dallo scorso 16 Novembre.

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