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Marchionne a Pomigliano presenta la Panda, Dicembre 2011 (tg24.sky.it)

Sergio Marchionne a Pomigliano presenta la Panda, Dicembre 2011 (tg24.sky.it)

Poche righe che hanno già fatto scorrere fiumi di parole, suscitando addirittura le rimostranze prima del ministro Passera e poi del ministro Fornero:

«L’ordinanza della Corte d’Appello di Roma del 19 ottobre scorso obbliga la FIP di Pomigliano d’Arco ad assumere i 19 dipendenti di Fiat Group Automobiles iscritti alla Fiom che hanno presentato ricorso per presunta discriminazione. L’azienda ha da tempo sottolineato che la sua attuale struttura è sovradimensionata rispetto alla domanda del mercato italiano ed europeo da mesi in forte flessione e che, di conseguenza, ha già dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per un totale di venti giorni. Altri dieci sono programmati per fine novembre».

Inutile elecubrare sui tecnicismi giuslavoristici che hanno permesso a Fiat di adottare questi provvedimenti. Il dato di fatto è il perseguimento di un piano industriale che da tempo vede più o meno esplicitamente i siti produttivi italiani come un fardello da alleggerire, nonostante le vane promesse del piano quinquennale Fabbrica Italia annunciato nell’Aprile 2010 e i contentini dati saltuariamente dall’eroe dei due mondi Marchionne a media e politiici italiani. Il manager italo-candadese vive nella paradossale condizione di essere da un lato idolatrato in terra americana per aver risollevato la Chrysler (è notizia fresca che la prestigiosa rivista americana Automobile Magazine abbia nominato Marchionne man of the year 2013) e dall’altro oggetto di pesanti critiche e attacchi da parte di numerosi esponenti del gotha politico ed economico italiano.

Aldilà di dati finanziari e parametri econometrici, che hanno certo il loro peso determinante nell’intera vicenda, è l’atteggiamento arrogantemente padronale mostrato da Marchionne e dallo storico marchio torinese in terra italiana a colpire spesso per la sua gratuita ferocia nei confronti delle migliaia di persone che nelle catene di montaggio di Pomigliano hanno il loro luogo di lavoro e soprattutto il mezzo per mantenere intere famiglie. Sembra facile retorica, e forse lo è, ma ogni tanto è forse bene ricondurre i fenomeni ai loro dati più concretamente materiali. Senza il bisogno di citare Marx o inneggiarre alla dittatura del proletariato. La guerra tra poveri scatenatasi tra le diverse sigle sindacali dei lavoratori dello stabilimento Fiat campano (inaugurata con il referendum per la deroga al contratto nazionale del Giugno 2010 che di fatto era un’elegante forma di ricatto) risponde al vecchio ma mai tramontato principio del ricatto “lavoro versus morire di fame” e del divide et impera. E’ legittimo parlare dell’influenza della crisi economica sul continente europeo e delle dinamiche della globalizzazione per spiegare i mutamenti nei paradigmi produttivi, ma è proprio per questo che forse occorrebbe più serietà ed onestà nella strategia comunicativa aziendale. Ogni tanto occorrerebbe forse togliere dal piedistallo l’imperativo categorico dato dall’andamento borsistico del titolo Fiat, che il manager-col-pullover dimostra di curare assai più del settore industriale. Forse per via delle sue corpose stock-option.

Fa un certo effetto risentire oggi le parole pronunciate dallo stesso Marchionne e dal rampollo di casa Agnelli John Elkann poco meno di un anno fa, proprio a Pomigliano, in occasione della presentazione della nuova Panda. Che secondo i veritici del Lingotto sarebbe dovuta essere il volano della rinascita dello stabilmento campano:

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