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Il grande matematico, logico e filosofo Piergiorgio Odifreddi ha pubblicato Mercoledì 14 Novembrel’ultimo post sul suo bel blog “Il non senso della vita” su Repubblica.it. Il post è dedicato ad un’analisi filosofica dell’ultima capriola parlamentare nell’iter del disegno di legge sulla diffamazione a mezzo stampa, rinominato il “ddl salva-Sallusti” per l’ormai celeberrimo caso del direttore del Giornale che, stante l’attuale assetto normativo, dovrebbe scontare 14 mesi di reclusione per una condanna di questo tipo. In una votazione a scrutinio segreto, è stato approvato un emendamento leghista che introduce di nuovo la carcerazione come pena per il reato a mezzo stampa.

“Il problema “filosofico” che si pone è se il fatto di essere parte in causa non impedisca ai giornali di essere obiettivi nel riportare una notizia che li riguarda direttamente”, scrive Odifreddi. Suggerendo l’annosa ed eterna questione del “chi controlla i controllori”, egli cita i governanti (la classe dominante al vertice della piramide socio-politica-metafisica) ne la Repubblica di Platone come incarnazione esemplare di quella che si potrebbe definire l’autoreferenzialità di un insieme o di una categoria. La coscienza di sé come oggetto, problema che- come suggerisce la riflessione di Odifreddi- affanna i filosofi e più in generale gli esseri umani da tempo immemore.

Nel riferirsi a Platone, tuttavia, Odifreddi fa forse l’esempio sbagliato. Come si capisce dalle prime righe, egli è decisamente favorevole alla pena carceraria per il giornalista reo di diffamazione, vista come salutare deterrente anti-falsità. E’ quindi fonte di viziosa circolarità il fatto che i giornali debbano commentare un progetto di legge rivolto in parte contro loro stessi. L’argomentazione utilizzata da Odifreddi potrebbe essere tranquillamente ribaltata: non è che i “governanti” abbiano un fine diverso dalla semplice legislazione a proposito della definizione dei reati a mezzo stampa? Il cosiddetto “bavaglio” è un progetto inseguito a più riprese dalla classe politica italiana negli ultimi due anni: il ddl intercettazioni e il famoso comma 29, la norma anti-blog un anno fa arroventavano il dibattito e scatenavano la protesta su carta e rete. In un periodo come questo, con i partiti tradizionali in crisi nera e il progressivo sgretolamento della seconda Repubblica travolta da uno scandalo dietro l’altro, una stampa spaventata e un po’ più timorosa non può certamente che piacere alla stragrande maggioranza dei parlamentari, impegnati nell’affannosa corsa al riciclo e allo smacchiamento per presentarsi come il nuovo o, al massimo, il ripulito. Rutelli, senatore API, nonostante sia sposato da trent’anni con la nota giornalista Barbara Palombelli, non ha esitato a salutare la nuova norma con grande favore: “Abbiamo votato un emendamento ineccepibile… credo sia una delle leggi più favorevoli alla stampa che esistano in Europa”

C’è poi un punto dell’argomentazione di Odifreddi che colpisce per la sua traballante logica. A proposito della reazione oppositiva e compatta della categoria giornalistica, Odifreddi dice: “Lo sdegno viene giustificato sulla base di un’interpretazione estensiva della cosiddetta “libertà di parola”, (fra)intesa come libertà di dire qualunque cosa: non soltanto la verità, ma anche la menzogna, perché a questo si riferisce la legge”. Un brillante logico ed epistemologo come Odifreddi si avvale qui del trucco molto sofistico e poco aristotelico del cosiddetto argomento dell’uomo di paglia, che consiste- in sintesi- nel confutare un argomento che non è quello dell’avversario (nel caso di Odifreddi i giornalisti) ma una sua iperbole o estremizzazione. E’ curioso come questo stile dialettico conosca proprio nei dialoghi di Platone la sua espressione massima e più raffinata: Socrate grande e geniale confutatore, e i dialoganti quasi sempre ridotti al ruolo di sparring-partner.

L’uomo di paglia (centritaliaonline.com)

Credo che nessun giornale e nessun giornalista voglia avere la libertà di dire tutto quel che crede indiscriminatamente e, soprattutto, di dire o scrivere il falso. L’etica e la deontologia professionale impongono la verifica scrupolosa e attenta della notizia: se si sbaglia, si deve rettificare (certo stabilire per legge che lo spazio sia lo stesso dell’articolo diffamante in questione e che di fatto l’ultima parola spetti non al giornale ma al querelante renderebbe la cosa molto complicata dal punto di vista pratico). Se non lo si fa, si paga. Ma il carcere, nel XXI secolo e in un contesto che nonostante tutto è ancora intrinsecamente democratico, risulta essere nient’altro che un anacronismo e un’assurdità.

Odifreddi conclude la sua riflessione affermando che: “La legge approvata dal Senato, perfettibili dettagli tecnici a parte, potrebbe e dovrebbe essere l’inizio di una riflessione sul ruolo del giornalismo moderno, e di una riconquista di valori e atteggiamenti che sembrano ormai offuscati, se non definitivamente perduti”. Che lo stimolo per una riflessione razionale e in senso lato intellettuale sia dato da una legge restrittiva proprio riguardo a informazione e opinione è un paradosso che Odifreddi accetta senza problemi. Il fine giustifica i mezzi, si dice. Ma se il fine è limitare i mezzi (d’informazione) forse sarebbe il caso, per dirla filosoficamente, di pensarci ancora un po’ su.

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