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Adriano Galliani è diviso in due parti: la prima la abita il dirigente sportivo, la seconda il tifoso. Sabato sera seduto in tribuna al San Paolo c’era il Galliani dirigente: abito scuro, camicia bianca e la consueta cravatta gialla, amuleto di mille battaglie pallonare osservate dall’alto della tribuna d’onore.

Una papera di Abbiati su un tiro non irresistibile di Inler dà il vantaggio agli azzurri partenopei dopo soli quattro minuti di gioco. Il dirigente sportivo cede il passo al tifoso da bar: in uno slancio poco oxfordiano apostrofa così l’estremo difensore milanista: “Portiere di merda…portiere del cazzo”. La partita, per la cronaca, termina 2-2 dopo che il Napoli è stato in vantaggio 2-0.

Il giorno seguente, per cercare di riparare al danno, Galliani chiama Abbiati per spiegarsi. Secondo la ricostruzione della telefonata proposta dalla Gazzetta, Galliani non si è scusato ma ha piuttosto giustificato la reazione all’errore di Abbiati affermando che lui è un dirigente irreprensibile per tutta la settimana e che il giorno della partita si trasforma in tifoso. E come tutti i tifosi diventa irascibile e umorale: memorabili alcune sue esultanze nel recente passato. Abbiati ha pubblicamente accolto la spiegazione dell’Ad dicendo che, conoscendo la natura fortemente emotiva del Galliani tifoso, per lui la vicenda è chiusa.

Il dibattito che, puntuale, si solleva in questi casi segue quasi sempre i binari del politicamente corretto: un personaggio di rilievo come Galliani, si sostiene, non può lasciarsi scappare volgari insulti poiché dovrebbe ben sapere di essere ripreso. Altrimenti poi, si dice, è inutile lanciare proclami contro la violenza negli stadi a livello di tifo popolare se chi è in tribuna dà il cattivo esempio.

La realtà, come sempre, è più complessa e nebulosa di quanto questa visione paternalisticheggiante e un po’ classista dipinge. Come se chi fosse in curva guardasse alla tribuna d’onore vedendo un modello da emulare. Lo stadio riproduce nel suo microcosmo fatto di settori, poltroncine e gradinate (ormai scomparse nei grandi stadi) il macrocosmo sociale, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Queste tesi, molto meglio argomentate e ricche di dettagli, sono rintracciabili nei pezzi di Roberto Stracca, giornalista del Corriere prematuramente scomparso due anni fa all’età di 40 anni. Stracca, da brillante giornalista e soprattutto da assiduo frequentatore della curva Sud romanista per moltissimi anni, mostra un approccio per nulla ideologico e tutto fondato su una genuina ma inflessibile volontà di comprensione.

Quando Galliani insulta un suo giocatore e viene ripreso dalle telecamere sbaglia senza dubbio modi e tempi espressivi, ma per certi versi ha le sue ragioni nel rivendicare il diritto di tifo. Si può essere tutte e due le cose insieme, dirigente e tifoso, perché in fondo la persona che li incarna è sempre la stessa, riflessioni pirandelliane su uno, nessuno e centomila a parte.

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