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A volte è meglio lasciar parlare le immagini. Possibilmente senza nemmeno il commento del telecronista di Milan Channel. Che Boateng abbia fatto non bene ma benissimo a reagire così lo pensa la stragrande maggioranza delle persone.

Dopo aver guardato il video per tre o quatto volte, la rabbia deve fare il posto alla lucidità. Ma lì, purtroppo, la società italiana si mostra ancora una volta tanto fragile quanto retorica. Siamo lo Stato descritto da De André in Don Raffaé, una realtà che: «si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità». Perché? Per tantissimi motivi:

  • Perché se un gesto del genere non l’avesse fatto un calciatore del Milan (o di una big) mai e poi mai si avrebbe avuta una rilevanza del genere.
  • Perché come al solito ci sono state le solite litanie dei vertici calcistici del paese: Abete (Presidente Figc) che condanna i cori, Prandelli (Commisario Tecnico della Nazionale) che condivide la reazione di Boateng, tutti i più famosi calciatori su twitter a condannare l’episodio. Chissà se dopo il prossimo scandalo (scommesse, doping) o al prossimo errore arbitrale eclatante si parlerà ancora di razzismo senza la scintilla data da un episodio come quello accaduto giovedì 3 gennaio a Busto Arsizio.
  • Perché non ha tutti i torti chi fa notare che questo gesto, se fatto nell’ambito di una competizione ufficiale, comporterebbe la sconfitta per 3-0 a tavolino per chi abbandona il campo. E’ tempo di riformare il regolamento, siamo tutti d’accordo, però dare facoltà a una delle due squadre in campo di sospendere una partita così, d’emblée, comporterebbe una serie a catena di problemi, polemiche e risse che di certo non renderebbero l’ambiente più sereno. L’attuale regolamento prevede che sia l’arbitro a dover sospendere la partita in caso di insulti razzisti solamente dopo che lo speaker dello stadio avvisi i tifosi della possibilità di sospensione, e dopo il parere decisivo dei responsabili dell’ordine pubblico. Applichiamo rigidamente un regolamento che c’è già, e poi valutiamo se è il caso di modificarlo.
  • Perché se lo stesso fosse accaduto in un Milan-Inter o in un Lazio-Roma le reazioni sarebbero state (ancora) più improntate al solito discorso del “piccolo numero di idioti” che rovina lo spettacolo. Un modo inappellabile ed elegante di lavarsi la coscienza: io non sono così. Lodevole il gesto di applaudire il Milan che abbandonava il campo da parte della stragrande maggioranza del pubblico presente allo stadio “Speroni” di Busto Arsizio, però d’ora in poi è forse il caso di istituire l’usanza di coprire con applausi scroscianti appena si sentono “buuu” od ululati rivolti a giocatori di colore. Uno stadio vive di gesti e simbologie precise, introdurre questa prassi sarebbe magari un ottimo deterrente per evitare fenomeni razzisti.
  • Perché poi va detto anche questo: il fenomeno razzista nelle curve riguarda quelle schierate politicamente all’estrema destra. E sono lo stragrande maggioranza in Italia. Saranno “camerati che sbagliano”, ma riflettono un’ideologia nazionalista e discriminatoria che riesce a plasmare le menti ed evidentemente le corde vocali di ragazzini di 14/15 anni che affacciandosi al mondo della curva ne respirano l’aria e poi, quasi meccanicamente, ne riproducono le gesta negli anni seguenti, quelli decisivi per la formazione della loro coscienza civile e politica. Se la curva è rimasta uno degli ultimi luoghi “sociali” di protesta non è poi certamente colpa esclusiva dei famigerati ultras.
  • Perché, soprattutto,il razzismo negli stadi non è un fenomeno nuovo: lunga è la lista di episodi che affollano la storia del pallone italico. La tanto osannata (dalle istituzioni) tessera del tifoso maroniana in casi come questo non sembra essere molto efficace, se è vero che il primo tifoso identificato è un ventenne titolare di regolare tessera.
  • Perché alcuni abitanti di Busto Arsizio intervistati per strada, volendo giustamente difendere l’onore cittadino dalla stupida equazione bustocchi=razzisti, sono riusciti a produrre un capolavoro di razzismo tutto padano affermando che «Busto non è Verona!».
  • Perché subito nei bar e sui social network è partito l’adagio del: “Boateng andasse a lavorare”, “facile fare così quando si guadagnano i milioni”, “è una buffonata”. Giustificare indirettamente il razzismo coi peggiori luoghi comuni classisti: non proprio una visione socialmente moderna. Se guadagni tanto, nella busta paga può anche esserci idealmente la voce “ricevuta di insulti a sfondo razzista”.
  • Perché la società calcistica “Aurora Pro Patria 1919”, per iniziativa del presidente Vavassori, ha deciso di invitare in tribuna d’onore le persone di colore alle prossime partite casalinghe della squadra bustocca: un nobile proposito che però rischia di sottolineare ancora di più il fatto che quelle persone siano concepite come “diverse”.
  • Perché il razzismo non è solo quello del colore della pelle: insulti omofobi, contro la provenienza geografica o contro particolari storie personali dei giocatori hanno la stessa gravità.

Alla luce di tutto ciò, facciamo nostro il gesto liberatorio di Boateng
cercando di applicarlo non solo alla realtà del pallone. Non è facile, però solo così in una società il fenomeno razzista può essere ancora di più isolato. Suonerà certamente retorico e lo è assolutamente, ma combattiamo il razzismo nel nostro piccolo. Che sia una tribuna di uno stadio, un autobus o un ufficio postale non fa differenza.

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