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Ancora una volta il video esilarante si rivela essere una bufala. O, meglio, una simpatica goliardata per fini commerciali/virali/maniacali. Questa volta, va detto, il rapimento estatico e allo stesso tempo comico che i 9 minuti del video embeddato qui sopra regalano hanno fatto ‘sì che i tempi di sbugiardamento e ravvedimento si allungassero ogni oltre umana ragionevolezza.

Il punto, però, è un altro. Per riempire il famoso “colonnino di destra”, notoriamente una fucina straordinaria di contatti , i siti delle maggiori testate italiane (ma non solo) entrano in un preoccupante circolo di mutua condivisione di “notizie”. Il cui status di notizie è da mettere seriamente in discussione, ma non è questo il luogo e il momento per farlo. Il problema è che talvolta, ultimamente un po’ troppo spesso, ci si accorge che queste notizie sono semplicemente delle “falsizie”, degli artefatti. Dei “fake“, per chi ama i termini internautici. Nel caso del video del parcheggiatore intasatore di Cardito, Napoli, la clamorosa assurdità della scena è certamente esilarantissima e godibilissima. Piccolo dettaglio: la scena non è naturale, spontanea, ma frutto di una recita di strada sapientemente organizzata ad arte.

In un riuscitissimo omaggio a Warhol e ai suoi quindici minuti di celebrità una fantomatica agenzia avrebbe messo in piedi un piccolo set (niente telecamere, solo smartphone) coordinando e orchestrando decine di comparse. Chapeau alle menti e alle braccia di una simile impresa, e cartellino giallo (quasi arancione) a media italiani e stranieri che in nome dell’imperativo categorico di massimizzare contatti e share hanno cavalcato estatici la follia virale di esaltazione del video come episodio reale di una scena à la Benvenuti al Sud. Buttando così a mare la deontologia e l’etica professionale, e con esse l’antica e buona abitudine di “verificare” una notizia prima di pubblicarla.

Walter Benjamin parlava in uno dei suoi capolavori della “perdita d’aura” dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Benjamin descrive la privazione del senso mistico del capolavoro materialmente unico e irripetibile, sentimento impossibile al tempo della produzione e riproduzione seriale e ossessiva di opere e rappresentazioni. Col giornalismo di livello, si spera, non dovrebbe accadere lo stesso. Non si dovrebbe perdere – se possibile – il senso del sacro, della notizia, talvolta accantonato o dimenticato in ragione di un più materiale e profano tornaconto “economico” o aziendale. Altrimenti è inutile criticare il citizen journalism gonfiando il petto e sbandierando la propria autorevolezza ed esperienza come criterio distintivo tra giornalismo affidabile e spazzatura virale. Utilizzare spazzatura virale per promuovere giornalismo autorevole non sembra essere la via migliore per far uscire il mondo della stampa dalla crisi in cui versa.

Insomma: postare è bene, ma verificare è meglio.

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