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Benedetto XVI, il Papa dimissionario, in compagnia del Segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone

Benedetto XVI, il Papa dimissionario, in compagnia del Segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone (srmedia.org)

Si può essere ferventi cattolici o anticlericali convinti, ma quel che è successo Lunedì 11 febbraio è un qualcosa che per certi versi va aldilà delle umane e quotidiane posizioni. Le dimissioni di un Papa non sono un evento che capita di rado. Perché le dimissioni volontarie di un Papa non capitano quasi mai. Se l’ultimo a dimettersi di sua spontanea volontà fu il povero Celestino V nel 1294, l’annuncio fatto ieri da Joseph Ratzinger può a buon diritto essere definito come “epocale”. Forse anche di più. “Millenario”. Un fatto che, tra i meriti indiscussi, ha anche il fatto di aver oscurato una campagna elettorale italiana che tra cani, birre e uscite sessiste stava degenerando in un triste spettacolo da teatro degli orrori.

Fiumi di inchiostro sono già stati versati. Ore e ore di trasmissioni Tv e radio che commentano quello che sarà ormai certamente il fatto dell’anno, probabilmente quello del decennio e verosimilmente tra i più rilevanti del XXI secolo. Si assiste e si legge a tutto e al contrario di tutto: dall’apologetica, al dietrologismo, al sano ma algido realismo, al commento commosso e appassionato. Ogni interpretazione, allo stato attuale delle cose, ha un suo fondo di verità. Un evento così potentemente carico di significato non può e non deve essere circoscritto dalle solite categorie del “fatto” e della sua presunta verità “oggettiva”.  In questo caso non ci può essere solamente una ragione unica ed esclusiva che ha portato Benedetto XVI, il Pontefice, il tramite tra Dio e gli uomini che in tale Dio credono, a scegliere di abbandonare il ruolo pastorale più alto e importante della cristianità cattolica.

Un ruolo che – nonostante tutte le crisi, gli scandali e i chiaroscuri del potere in chiave vaticana – esercita ancora oggi un influsso immenso a livello mondiale, e che quindi non può essere descritto solamente come “quello con le Prada e i cui gioielli sfamerebbero tutta l’Africa”. Quando, per esempio, ha attaccato le nozze omosessuali Benedetto XVI ha sollevato un vespaio in maniera manifestamente aggressiva e, non troppo velatamente, discriminatoria.

Le analisi più particolareggiate del Ratzinger pontefice le si lascia volentieri a vaticanisti, esperti e analisti del campo. Sarebbe folle e scorretto pensare di padroneggiare una materia talmente vasta, complessa e di difficile comprensione immediata come quella dell’intreccio inestricabile tra potere spirituale papale e potere temporale dello Stato vaticano. Quello che, molto umilmente, si vuole enfatizzare è il lato umano di Joseph. La scelta di dimettersi in un contesto così imprevedibile come un concistoro cardinalizio è una dichiarazione umana, troppo umana di resa di fronte a un fardello che non si ritiene di essere in grado di sopportare.

Se poi sia stata la volontà dello Spirito Santo o una sofferta decisione personale maturata dopo un più o meno lungo periodo di riflessione, poco importa. Questione di punti di vista. Di ragione e di fede.

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