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Pippo Civati, una delle poche anime Pd contrarie al governissimo (flickr.com/photos/civati)

Pippo Civati, una delle poche anime Pd contrarie al governissimo (flickr.com/photos/civati)

Lo chiamano dissidente. All’interno del Partito Democratico Pippo Civati gode da tempo di fama di “bastian contrario” e di “alternativo” rispetto alle direttive imperanti. Salito alla ribalta come primo compagno di rottamazione di Matteo Renzi, e sganciatosi da tempo dalla carriera politica del sindaco fiorentino, Civati incarna oggi una delle poche voci contrarie al governissimo. Dopo i giovani curdi che volevano dare una ventata di freschezza alla gerontocrazia di Largo del Nazareno, ecco in questa fase politica nazionale e democratica il giovane curdo Civati, vox clamans in deserto e “contra inciucium”.

Il giovine Pippo sembra ormai una pecora nera in un gregge di anime candide che – in nome della tanto sbandierata necessitá di dare al paese un governo – hanno trasformato il Pd in una creatura più intransigente del partito comunista sovietico ai tempi di Stalin: chi non vota la fiducia al governo Letta si consideri espulso. Fa nulla se la base (non il fantomatico “popolo della rete”, ma le decine di migliaia di militanti in carne ossa sul territorio ormai in preda a panico e disperazione) brucia le tessere e occupa le sedi. L’importante è dare e darsi un governo, fosse anche con quel briccone di Berlusconi che – comunque la si pensi – è ancora una volta il vincitore indiscusso della politica italiana e si è di fatto assicurato l’immunità a vita.

Il giovane curdo, aldilà di come uno la pensi politicamente, ha però un merito indiscutibile: portare avanti sempre e comunque le proprie ragioni con la pacatezza del buon senso e la forza delle idee. Mentre altri sbottano, gridano e insultano (anche all’interno del medesimo Pd) Civati è un distillato di riflessioni ponderate e analisi lucide. Si può essere poi d’accordo o meno , ma rispetto a tanti, troppi suoi colleghi di partito Civati ha il merito esclusivo di coltivare una politica che faccia del confronto, dello stimolo reciproco e della parola come veicolo dell’idea lo strumento principe della “lotta”.  Ed è questa la differenza più inquietante, forse addirittura superiore all’essere d’accordo o meno all’esecutivo di larghe intese a guida Enrico Letta, che colpisce: con la scusa di “dover pensare al paese” i vertici del Pd si sono arroccati nel palazzo e hanno misconosciuto un risultato elettorale che, nonostante tutto e aldilà della cocente delusione, un cambiamento forte lo demandava

In onore del nostro Aristotele e dei suoi studi filosofici Civati ha ripreso sul suo blog un pezzo di Fabio Chiusi uscito su l’Espresso in cui si evidenzia molto aristetolicamente la contraddizione logica tra recenti (e recentissime) affermazioni di esponenti Pd e l’appoggio incondizionato al governo Letta. Tra le tante affermaioni brillantemente raccolte da Chiusi, la prima stupisce:

Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile

Chi l’ha detto? Enrico Letta, in data 8 aprile. L’abile retore pisano, celebrato in queste ore da peana e tweet entusiasti per aver sbaragliato dialetticamente i portavoce 5 stelle Lombardi e Crimi (mica Socrate e Cicerone) nello streaming delle consultanzioni, potrebbe obiettare che lui aveva parlato di Bersani e non di sé stesso. In ogni caso, la celebre frase di Ennio Flaiano (“in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi”)è drammaticamente attuale. Specie per il Pd, dove il giovane curdo spera di raddrizzare la linea curva di un partito alla deriva.

Buona terza Repubblica a tutti

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