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Il "Divo" Giulio Andreotti, mancato lunedì 6 maggio nella sua casa romana all'età di 94 ann

Il “Divo” Giulio Andreotti, mancato lunedì 6 maggio nella sua casa romana all’età di 94 anni

Verità, storia e facoltà di giudizio sono temi che interessavano il nostro Aristotele 2400 anni fa. Con la morte di Giulio Andreotti, di poco più giovane del filosofo ateniese, questi concetti sono riemersi in tutta la loro attualità. Come spesso accade dopo la scomparsa dei grandi (nel bene e nel male) personaggi della Storia, non solo della politica, i sentimenti e le emozioni suscitate sono fortemente polarizzati. O si leggono e sentono peana ed agiografie, oppure anatemi e maledizioni. Con Andreotti non sta andando in maniera molto diversa da quello che è successo con la recente scomparsa di Margareth Thatcher in Inghilterra. L’ “odi aut amo” di buona parte della stampa e del pubblico lascia poco spazio ad analisi, per quanto possibile (cioè mai) del tutto obiettive e razionalmente distanti.

Dietro la maschera di omino ingobbito dalla voce tenue e dai modi garbati si è celata una delle menti più machiavellicamente geniali della storia italiana. Non solo repubblicana. “Scoperto” da Alcide De Gasperi mentre, 19enne presidente della Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) consultava libri sulla navigazione pontificia nella Biblioteca Vaticana, Andreotti è poi divenuto nel tempo politico abile e raffinato, un Talleyrand romano dispensatore di aforismi brillanti. Il più citato è probabilmente il famoso “il potere logora chi non ce l’ha”. Lui, che il potere l’ha avuto per decenni è arrivato fino alla veneranda età di 94 anni. E ha finito per confermare la sua tesi. Un pragmatismo che spesso sfociava nel cinismo più bieco: l’ideale dell’uomo di Stato che per servire lo Stato non guarda in faccia niente o nessuno, per il bene dello Stato. Accettando anche il male per alcune parti dello Stato, vittime collaterali, sufficienti o necessarie per tutelare lo Stato. “A tutela dello Stato italiano, ma anche di quello Vaticano: questa è stata la sua doppia personalità“. Così lo ha definito Rino Formica, storico esponente del Partito Socialista che verso Andreotti ebbe infiniti motivi di avversione politica ma anche un sentimento di stima personale. Il Divo Giulio come rappresentante di spicco di quello che ai tempi veniva un po’ malignamente definito come il partito “italo-vaticano”, un intreccio di Democrazia Cristiana e alte sfere cardinalizie che viveva non troppo inconsciamente nella nostalgia dolceamara per i tempi del Papa Re. Giulio Andreotti era infatti “il popolo del Papa dentro la Dc”, secondo il celebre ritratto di Francesco Cossiga.

Aldilà del condividere o meno questo orientamento di metodo nella linea della prassi politica andreottiana, è giusto ricordare chi era Andreotti e cosa ha fatto nella vita. La verità giudiziaria non sarà stata ritenuta importante da Andreotti, che la subordinava a quella celeste e divina. Tuttavia, come è giusto ricordare che egli sia sia stato rispettivamente assolto e prosciolto dalle accuse di favoreggiamento alla mafia e di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli nei processi di Palermo e Perugia, è opportuno mostrare anche l’altro lato della medaglia. La sentenza di appello del processo di Palermo del 2 maggio 2003 precisava anche qualcosa di più. I giudici della Corte d’appello e la Cassazione hanno decretato che il senatore a vita commise il reato di associazione a delinquere fino alla primavera del 1980. Reato prescritto nel 2003, ma il fatto, come si dice, “sussiste”. Sebbene non sia punibile. In ragione di ciò le due grandi fazioni che vanno ripetendo sbraitando sul web e in Tv o che Andreotti è stato assolto o che è stato prescritto dovrebbero semplicemente guardarsi in faccia e dire: abbiamo ragione tutti e due. Il Divo, definito anche Belzebù, ha intrattenuto rapporti con personalità mafiose per fini politici almeno fino al 1980. Dopo quella data i giudici hanno constatato di no, ma prima sì. Che non sia stato condannato in sede giudiziaria grazie al discusso istituto giuridico della prescrizione all’italiana non può e non deve autorizzare a dire che Andreotti non abbia mai intrattenuto rapporti con mafiosi. Lecito o meno, sensato o no, questo è il fatto. Per questo incensare il grande statista come peronsaggio candido e immacolato non è credibile. Geniale, machiavellico, pragmatico e abile, sì. Ma “retto” e “buono”, no. E dire: “sarà la storia a giudicarlo” è un po’ come chiudere gli occhi di fronte alla complessità e alla brutalità del reale. No, Andreotti si può e si deve iniziare a giudicarlo già da ora. Non è un processo giudiziario, e nemmeno mediatico. Si tratta di semplice esercizio democratico: opinioni, idee e giudizi che si confrontano riguardo a un tema o au personaggio centrale della vita pubblica di un paese.

Pesano come un macigno le parole emerse dal “memoriale” di Aldo Moro, forse la persona più distante per modi e convinzioni dall’ideologia andreottiana. Al netto del giudizio storico sostanzialmente sbagliato (ma Moro, putroppo, non poté guardare oltre il 1978) la descrizione della personalità di Giulio Andreotti è drammaticamente negativa:

”Tornando poi a Lei, on. Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paese (che non tarderà ad accorgersene) a capo del governo, non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, on. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un pò più, un pò meno, ma passerà senza lasciare traccia.” Aldo Moro.

 

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