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Il nemico del mio nemico è mio amico? La teoria dei giochi e soprattutto la realpolitik sembrerebbero confermarlo. Ma il tweet qui sopra lascia comunque (almeno un pochino) stupefatti: Wikileaks, i paladini della libertà di stampa e di informazione, coloro che non vogliono e non possono tollerare segreti e insabbiamenti governativi di qualsivoglia natura, “apprezzano” l’appoggio morale di Vladimir Putin nell’affaire Snowden e, di riflesso, nel caso Assange. Nella sacrosanta battaglia contro l’occulta pervasività dei programmi della National Security Agency (Nsa) americana e di una certa ipocrisia da parte dell’amministrazione Obama l’appoggio di Putin è sbandierato con orgoglio come un punto a favore in questa lotta allo “spionaggio” a stelle e strisce. Una santa alleanza contro lo spettro – anzi, il microfono nascosto – dello Zio Sam dove il fine giustifica machievellicamente i mezzi.

Il Caso Snowden è l’intrigo internazionale dell’anno. Le azioni di un 29enne ex- consulente della Nsa, che ha deciso di rivelare al mondo i programmmi segreti di sorveglianza del governo Usa, stanno avendo un effetto a catena nelle relazioni internazionali. Usa, Cina e Russia sono gli attori principali di questo grande gioco. Ma di qualche giorno fa è la notizia che anche in Inghilterra ci si è dati da fare, da tempo, per “spiare” quello che nel mondo passa attraverso i cavi in fibra ottica. Facendo leggermente irritare la Germania, che non è stata troppo contenta di sapere che alcuni sudditi di Sua Maestà ficcavano il naso (e occhi ed orecchie) negli affari di cittadini tedeschi.

Aldilà delle dinamiche di politica internazionale, che notoriamente non rispondono sempre alla razionalità perfetta ma vivono spesso e volentieri di caso e circostanze, l’atteggiamento di Wikileaks a riguardo è alquanto paradossale. Pur di andare contro gli Stati Uniti, il nemico per eccellenza, l’appoggio di Putin è salutato con grande favore. Putin, non il Papa. Colui che di fatto dal 2000 è l’autocrate di Russia. Colui che ha passato una vita nel Kgb, il servizio segreto sovietico, e un anno nel Fsb, una delle costole nate dallo smembramento del Kgb. Uno che di occultamenti, spionaggi e insabbiamenti si intende, insomma. Uno che ha sempre platealmente manifestato la propria avversione alla libertà di stampa quando questa calpesta e intralcia il potere nel suo esercizio. L’omicidio di Anna Politkovskaja, per capirsi, rimane una delle pagine più oscure dei tredici anni della reggenza putiniana.

Difendere Edward Snowden varrà bene una guerra mediatica, ma esporre il santino di Putin come garante nella lotta per la libertà informativa non è proprio la mossa più coerente. Ma viva la libertà, anche di contraddirsi, e lunga vita a Wikileaks.

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