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Il simbolo della lotta alla costruzione dell'inceneritore di Giugliano richiama esplicitamente l'azione No Tav (vivonapoli.it)

Il simbolo della lotta alla costruzione dell’inceneritore di Giugliano richiama esplicitamente l’azione No Tav (vivonapoli.it)

“NO TAVerna del Re. Io blocco, contro gli inceneritori ovunque”. Così recita il manifesto del movimento che si oppone alla costruzione dell’inceneritore di Giugliano, grossa cittadina che si estende nell’area nord di Napoli. Dopo Napoli e Salerno, Giugliano è la terza città più popolata della Campania. 110 mila persone in un’area che fino a qualche anno fa era nota in particolare per il suo mercato ortofrutticolo, tra i più grandi d’Italia. Particolarmente apprezzata l’autoctona mela annurca, ribattezzata “la regina delle mele” per la sua bontà. Immensi frutteti – destinati non solo alle mele ma anche a pesche, albicocche e pere – si estendevano a perdita d’occhio su una terra fertilissima che gode di un clima eccezionale. Poi sono arrivati i rifiuti: legali, ma soprattutto illegali. Innocui, ma soprattutto tossici. Perlopiù provenienti dall’altro emisfero del paese, quello del nord produttivo e industrializzato che per risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti si è affidato a mediatori oscuri di sistemi illegali miliardari. Che però sono riusciti, tra corruzione, falsificazione ed elusione, a dare spesso una patina burocraticamente ineccepibile a questa pratica criminale. La quantità dei rifiuti sversati resta tutt’ora ignota (si sa solo che l’ordine di grandezza è di decine di milioni di tonnellate), il tutto in una zona indefinita, estesa tra le province di Napoli e Caserta. Una terra dove i rifiuti, ogni tanto, vengono anche “bruciati”. Non in un inceneritore, ma all’aria aperta, nei campi e nelle discariche – regolari, ma soprattutto abusive – che insieme alla cementificazione esasperata (e a sua volta tomba di tonnellate di rifiuti pericolosi) hanno via via “mangiato” i campi da frutta. La vera ricchezza agroalimentare di questa terra.

La Terra Dei Fuochila chiamano. Giugliano è uno dei pianeti di questa galassia della monnezza. Percorrendo le lingue di asfalto che solcano la periferia nord di Napoli si possono di tanto in tanto cogliere colonne di fumo nero che si innalzano verso il cielo. Segnali il cui messaggio è nascosto e tutto da decifrare: gomma, tessuti tessili, rifiuti solidi urbani, plastiche, ma anche elettrodomestici, solventi chimici industriali, amianto e scarti tossici di produzione contenuti in barili deteriorati. La diossina è il primo portato, e la scarsa volatilità di alcune delle sostanze bruciate fa sì che gli agenti dannosi per la salute ricadano dolcemente al suolo. Se non vengono inalati, insomma, finiscono per unirsi al percolato e ai liquami dei rifiuti illegalmente abbandonati. Permeando lentamente ma inesorabilmente la generosa terra di queste parti, e arrivando – magari – alla contaminazione delle falde acquifere. Purtroppo i boss dei cartelli che hanno fatto miliardi di euro grazie al business dei rifiuti non riescono a cogliere nemmeno questo passaggio: in un’intercettazione telefonica di un boss dei casalesi con un suo sottoposto, all’osservazione di quest ultimo: «stiamo buttando tutta questa monnezza (intesa come rifiuti pericolosi) qua sotto, ma torna a noi, siamo noi che beviamo quest’acqua», la risposta del boss  è eloquente: «E che c’importa? Beviamo l’acqua minerale!”».

Comuni, regione e governo cercano da tempo un progetto sostenibile per questa terra. Dovendosi barcamenare tra mancanza di certezze, scarsità di risorse e la solita, insopportabile retorica che nega spesso l’evidenza e blandisce le masse per non perdere consenso. L’idea più gettonata, stando al piano regionale campano della giunta Caldoro, è quella di costruire a Giugliano un altro “termovalorizzatore” oltre a quello vicino di Acerra. Nel frattempo, però, la maggior parte delle persone che vivono in quest’area – e che dai fuochi hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare in termini di salute e qualità della vita – si ammala. Da dimostrare o meno il nesso tra rifiuti e cancro, capziosità filosofico-legale che già abbiamo potuto ammirare a Taranto nel caso Ilva, quando la colpa era data ad alcool e fumo, che nella grande area fra Napoli e Caserta il tasso dei tumori sia il più alto d’Italia, di parecchio superiore alla media nazionale è un dato inequivocabile. Lo hanno definito biocidioLa popolazione inizia a manifestare insofferenza. Ogni giorno nascono sul territorio (e in rete) comitati e associazioni dei cittadini che chiedono di affrontare il problema non solo con soluzioni di dubbia utilità come l’inceneritore di Giugliano. Che sarebbe destinato a bruciare i 6 milioni di tonnellate di ecoballe di Taverna del Re. In una decina di anni, dicono le stime. Piccolo problema: quello che le ecoballe contengono è un mistero. Ma se da Terni, in Umbria, hanno rimandato indietro centinaia di tonnellate di ecoballe casertane dicendo che erano piene di sostanze altamente tossiche, forse bruciarle non sarebbe la scelta più azzeccata.

Non si può ridurre il tutto al “non vogliono l’inceneritore”, citando la famosa sindrome Nimby (“Not In My BackYard, non nel mio giardino”). Così come non si può ridurre la protesta contro il Tav al non voler vedere deturpato l’incanto montano della Val di Susa. Quando una popolazione prende coscienza dei disagi e dei problemi della sua terra andrebbe quantomeno ascoltata. Le decisione imposte dall’alto portano solo guai ulteriori, definiti poi magari nei salotti buoni della politica o della televisione come “terrorismo”. Non soffiate sul fuoco della terra dei fuochi.

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