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Il simbolo del degrado: la vela "gialla" di Scampia, una delle quattro vele rimaste dopo l'abbattimento di tre edifici tra il 1997 e il 2003

Il simbolo del degrado: la vela “gialla” di Scampia, una delle quattro vele rimaste dopo l’abbattimento di tre edifici tra il 1997 e il 2003

La “Scampions league”, si potrebbe chiamare. Ma invece della coppa dalle grandi orecchie il premio era rappresentato da panetti di cocaina purissima. Un torneo di calcetto, tenuto una volta all’anno, organizzato dai camorristi a Scampia tra il 2002 e il 2007. Ogni rione o clan una squadra, per i più potenti anche due. Come per i Di Lauro, i signori della droga dell’area Nord di Napoli che a cavallo tra anni ’90 e Duemila “fatturavano” quasi un milione di euro al giorno solamente con lo spaccio. Le rivelazioni di Armando De Rosa, il pentito che accusò Mario Balotelli di aver spacciato per gioco da queste parti nel giugno 2010, sono state riportate dal giornalista del Roma Fabio Postiglione e da Gianluca Abate del Corriere del Mezzogiorno. Se confermate, avrebbero veramente dell’incredibile. Le dichiarazioni di Armando De Rosa sono state rilasciate durante un interrogatorio negli uffici della Procura antimafia di Roma del 25 marzo 2013, alla presenza di ben cinque pm: i sostituti napoletani Stefania Castaldi, Vincenza Marra e Maurizio De Marco, e i magistrati della Capitale Barbara Sargenti e Delia Cardia. A loro il pentito, classe ’80, racconta di delitti, alleanze, armi, traffico di droga. Ma anche di questa anomala tradizione sportiva che risale almeno al 2002.

Squadre fatte dai “boss” che per vincere l’ambito premio ingaggiavano anche giocatori delle serie dilettantistiche locali. Fare più gol degli altri per ribadire il proprio potere, ma anche per mettere le mani su una cospicua possibilità di guadagno. Perché poi, al fondo e al netto di tutte le solite descrizioni teatraleggianti che si leggono, la mentalità dei camorristi di quella zona è in tutto e per tutto ultraliberista: massimizzare il guadagno oltre ogni limite possibile. E diversi chili di cocaina purissima, se “tagliati” e immessi sul mercato, possono fruttare vagonate di contanti. Ma l’assurdità di una simile notizia, oltre agli affascinanti lati simbolici e antropologici, ha altri risvolti. Marco Di Lauro (quarto figlio del boss dei boss di Secondigliano Paolo, detto “Ciruzzo o’milionario”) è uno dei latitanti più ricercati ancora oggi. Latitante dal settembre 2004, pare che marco giocasse regolarmente le partite del torneo prima e anche dopo la famosa “faida di Scampia”. Che a cavallo tra 2004 e 2005 fece oltre 70 morti, alcuni dei quali del tutto estranei al mondo dei clan e vittime di tragici quanto banali scambi di persona.  Se, ripetiamo, le deposizione del collaboratore di giustizia De Rosa trovassero riscontro le conseguenze sarebbero enormi anche per le forze dell’ordine. All’epoca ci fu un dispiegamento massiccio di mezzi e uomini per tamponare la guerra tra il clan Di Lauro e la costola ribelle  degli “scissionisti”, detti anche “spagnoli” per la latitanza in terra iberica del loro capo, Raffaele Amato. Possibile che nessuno, mai, abbia avuto una soffiata su questo appuntamento annuale? Pare che il campo di gioco fosse quello del “Wimbledon”, di fronte alle Case Celesti, in via Limitone d’Arzano. Siamo nel cuore di Scampia, di fronte al famoso complesso dei “Puffi”, dei fatiscenti condomini celesti che contendono alle Vele il non troppo lusinghiero titolo della cartolina simbolo del degrado in queste zone.

Oltre all’aspetto criminale, la storia colpisce per questo: l’imprevedibile estensione di quella zona grigia che, nonostante tutto, è quella che fa ‘sì che la criminalità organizzata abbia la meglio. I giovani calciatori dilettanti che sarebbero stati arruolati in questa Champions League del crimine sono l’emblema di quell’esoscheletro che permette al ventre molle della camorra di continuare a prosperare. Coscienti o meno, volenti o meno, rappresentano tutti coloro che per bisogno o convenienza entrano nella rete dei clan come satelliti del grande pianeta del profitto. Non affiliati, non criminali tutti i giorni ma comparse nel grande show che mantiene in piedi l’edificio camorristico, o quello di qualsiasi altra mafia. Troppo facile, troppo comodo distinguere tra Malament’ e gente per bene, tra delinquenti e brave persone. Sicuramente esistono queste due categorie: la prima da combattere con l’imperio della legge e l’uso legittimo della forza e la seconda da tutelare secondo gli stessi principi. Ma quella da sconfiggere, culturalmente, è una terza: la gente comune che ogni tanto per bisogno o convenienza ha a che fare con i Malament’. Dall’imprenditore connivente che realizza guadagni enormi al ragazzino che, per una giornata, va a fare un torneo di calcetto in cambio, magari, di qualche centinaia di euro.

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